da LondraOsservava La Rochefoucauld che «l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù». La si disprezza, commettendo così il primo atto ipocrita, quando invece è ciò che rende la vita vivibile, la convivenza possibile, vuoi facendo attenzione a non ferire inutilmente l’altro, vuoi dicendo qualche bugia per evitare conflitti.Nella vita privata un po’ di tacita ipocrisia fa parte del valore morale, delle buone maniere, e nessuno la contesta più di tanto. Nella vita pubblica, in politica, è un’altra faccenda. E tutto il mondo è paese. Dei nostri politici si vuol conoscere tutto, il vero dietro la maschera del potere, dimenticando che al di là del cliché dei vizi privati e delle pubbliche virtù, come osservava Fedele Confalonieri l’altro giorno (Corriere della Sera, 5 luglio), «una sana ipocrisia è il lubrificante della convivenza. Sostenendo sempre la verità non è possibile campare».SINCERAMENTE FALSIIn un libro che fa polemica in Inghilterra, Political Hypocrisy: The Mask of Power, from Hobbes to Orwell and Beyond (Princeton University Press, pagg. 272, euro 23), David Runciman, docente di teoria politica all’Università di Cambridge, dibatte il problema della sincerità in politica, per concludere con una sorta di elogio dell’ipocrisia nella sua forma meno distruttiva. Analizzando le maschere e la duplicità del potere attraverso pensatori e scrittori della tradizione razionalista liberale inglese, da Hobbes a Orwell, calcando su Bentham, Mandeville, Jefferson, Franklin, con accenni anche a Machiavelli, Rousseau e Nietzsche, avanza l’ipotesi che troppa apertura, come sosteneva Orwell, non sia che un’altra forma di ipocrisia.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=275721